| Enrico Crispolti
"infogliato, quasi nel timore di non essersi spiegato abbastanza, di non essere riuscito a dire quale siano i termini effettivi di quella sua natura, di quella porzione in realtà ristrettissima di natura che nell'immaginario del pittore diventa tuttavia qualcosa di totalizzante.
E quel rapporto si consuma essenzialmente come grafia pittorica entro la materia cromatica addensata. La pittura di Pedretti è infatti materica sostanzialmente, direi di base, ma non materiosamente corposa. Agisce linearmente attraverso il colore. La macerazione materica vi è centellinata insomma linearmente, in un effetto quasi pulviscolare. Un intrico fittissimo di grafie la innerva, e la vivifica in quanto immagine. Il colore poi aggrumato, oltre che in ruolo di connettivo materico, vi coglierà appunto anche particolari più accese effiorescenze.
Dall'Informale, frequentato lungo gli anni Settanta, dopo un esordio figurativo nei secondi Sessanta, il percorso immaginativo pittorico di Pedretti corre appunto caparbiamente ad una possibile rilettura della natura in termini nuovi. Sono intitolati 'Paesaggio lombardo' molti di quei dipinti informali ma in realtà erano già applicazioni al suo tema, la palude, tuttavia intesa allora più come respiro di fluttuazione materica travolgente ogni presenza vegetale, proposta soltanto come corposa macchia germinante avvertibile perchè più aggrumata matericamente. E non v'è dubbio che quell'approdo materico sia rimasto un termine fondamentale per la costruzione dell'immagine, nel lavoro di Pedretti. Era un traguardo di concretezza sensitiva, al di là dell'ideologia della figura, o del paesaggio (a volte allora riflesso su vetri, in 'interni'), comunque già frontalmente considerati un modo di contatto diretto, sensitivamente appagante. E su quella remota ma proficua esperienza è venuto operando, scavalcata anche una tentazione (sopraggiunta a metà degli anni Ottanta) di paesaggio configurato come lontano, nel quale di fatto, pur se preziosamente, tuttavia la sua immaginazione in qualche modo si anonimizza. La natura la ha così riscoperta invece proprio entro la materia, macerandola in segni, vivendone dunque l'esperienza in una approssimazione appassionatamente significante. come riscatto di una possibilità evocativa entro la matericità cromatica, arricchendone il tessuto, rendendolo appunto campo di progressivamente sempre più praticabile conquista, accentuandone tissularità diverse, masticando il colore fino a renderlo intrico segnico cromatico, anche graffiato, vitale, germinante, pulviscolarmente.
A monte della cultura d'immagine e dello stesso concreto orientamento operativo di Pedretti non è tanto Morlotti (se non forse moralmente) quanto una tradizione pittorica paesistica tipicamente lombarda, tardottocentesca, ove insistente cra l'intuizione della germinazione naturale, dell'intrico vegetale come gravidità naturale. Piuttosto dunque Gola; ma anche certi attraversamenti paesistici divisionisti, che gli hanno forse suggerito una possibilità tissulare della germinazione. E se mai risalendo a percezioni naturali umorose del Seicento lombardo.
Una germinazione alla quale l'esperienza informale, quel suo privato 'neoinformale' vissuto appunto lungo gli anni Settanta (che si potrà anche a distanza leggere come un modo di riparlare di natura in tempi di 'neopittura' concettualmente azzerata), ha indubbiamente offerto nuova consistenza, e appunto qualcosa come un'effettiva base operativa. Dalla quale infatti si è mosso alla conquista di una nuova intensità di sensibile attenzione percettiva e di addensamento evocativo.
Personalmente dove più Pedretti mi convince è quando la sua immersione vegetale palustre giunge ad un livello appunto come di effettivo smarrimento: proprio insomma quando lo sguardo ravvicinato gli fa come perdere il controllo delle coordinate del paesaggio, e di questo è capace di restituirci allora il fondamento materiale, vitale, come assoluto. Allora l'ottica si fa microtissulare, assillata come da una volontà di chi debba farsi strada entro l'intrico, insieme godendone tuttavia beninteso il contatto; quasi per costruirsi un possibile appassionato itinerario folto di episodi irripetuti seppure omologhi. E in effetti questo vissuto sul campo che maggiormente mi pare prenda leggendo le tele di Pedretti.
Un vissuto dunque inteso proprio in abbandono totale, non drammatico ma interamente lirico, ad un'esperienza che è conoscitiva e affettiva insieme. Equivalendo ad una presa di possesso di una propria più profonda identità, e insomma del traguardo, a suo modo certamente pacificante, di quella solitudine sensitivamente e appunto affettivamente operosa. al quale l'istituzione di una privatezza di dialogo, spontaneamente messa in atto, mi sembra profondamente aspiri, come alla riconquista possibile d'un paradiso perduto.
E poco importa evidentemente a Pedretti se sopra circuitano i satelliti, spia o di telecomunicazioni, o incalzi il rombo di unjet planante verso la Malpensa. La verità per lui è quella, e quella è la sua dimensione più autentica d'esistenza. Pedretti ha il candore e la forza di pronunciarlo senza remore. E perciò dicevo che tutto è scoperto nel suo lavoro, giacché tutto vi è subito evidente, in intenzioni e risultati".
Enrico Crispolti
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