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Enzo Fabiani

"in questo caso l'Arno", e di esso poi avendo trattato più e più volte sia in prosa che in rima, e ricordandomi poi giorno e notte di quell'etrusco e annibalico acquitrino mettendolo in contrasto nostalgico con la lombarda 'sighera', cioè la nebbia; essendo io nato, dicevo, in padule, mi sono trovato di colpo davanti a una rappresentazione eccellente quanto commovente di esso: al punto di immaginare che (mi si conceda e perdoni un pò di fantasia) se i pittori etruschi avessero dipinto quei paesaggi, li avrebbero dipinti come Pedretti; e anche che se Annibale, il quale, come racconta Tito Livio, attraversò il Padule di Fucecchio, avesse avuto al suo seguito degli 'artisti illustratori' (come li ebbe Napoleone in Egitto), essi avrebbero dipinto quelle acque, quelle erbe palustri e quelle boscaglie proprio come li dipinge Pedretti!
Il quale, quand'era poco più che ventenne, in occasione di una mostra alla Galerie L'Angle aigu di Bruxelles, venne così presentato da Renato Guttuso: "Caro Pedretti, benché tu sia molto giovane, il tuo lavoro offre già alcuni elementi sicuri per giudicare delle tue doti non comuni. Non si può non essere colpiti dalla sicurezza con cui il tuo segno, le tue note di colore definiscono un paesaggio. una figura, un interno nei suoi tratti essenziali; dal piglio con cui il tuo disegno ha la capacità di penetrare la forma, ad indagarla con precisione, senza cadere nell'analisi minuziosamente accademica. Oggi il tuo lavoro si trova
ad un punto assai serio, e mi pare che i tuoi dipinti recenti contengano elementi nuovi rispetto alla felicità e facilità delle tue precedenti pitture. C'è la coscienza di un impegno nuovo e di nuove difficoltà. E la premessa di un balzo in avanti'.
E il balzo c'è indubbiamente stato, con il ritmo di un camminar sensato, però; durante il quale Pedretti si è preso, direi, le sue belle libertà di sperimentazione tra gestualità e giochi informali, ricorrendo a fogli di pvc o di plexiglass, smalti e resine: come è giusto che un giovane faccia, tenendo sempre presente tuttavia che la vera avanguardia non consiste nel cambiare materiali, ma bensì nella progressiva messa a fuoco del proprio mondo, come è ovvio e risaputo. Ed è quanto Pedretti ha fatto, come rilevava Enrico Crispolti presentando la sua personale al Palazzo dei Diamanti di Ferrara ed affermando che il suo nuovo corso iniziò con 'un vissuto inteso proprio in abbandono totale, non drammatico ma interamente lirico, ad una esperienza che è conoscitiva e affettiva insieme. Equivalendo ad una presa di possesso di una propria più profonda identità, e insomma del traguardo, a suo modo certamente pacificante, di quella solitudine sensitivamente e appunto affettivamente operosa, al quale l'istituzione di una privatezza di dialogo, spontaneamente messa in atto, mi sembra profondamente aspiri, come alla riconquista possibile di un paradiso perduto'.
Un paradiso alla fine trovato nuovamente dunque, ma rimasto sempre vivo nella memoria epperciò e quindi rivisitato minuziosamente e amorosamente contemplato. Se noi osserviamo ad esempio opere quali 'Erbe' del 1989, 'Palude' del 1990, 'Muro bianco' e 'Color palude' del 1992 ci troviamo davanti a campagne inargentate ed acque limpide, a cascate di fiori, a ciuffi d'erba dipinti con grande perizia, con minuziosità fervida, che riescono perfettamente a fonderli in una luce palpitante e quieta in cui ogni elemento conserva le sue caratteristiche naturali, acquistando tuttavia nel contempo un qualcosa di arcano e di misterioso e addiritura di visionario e lievitante. La realtà insomma in questi quadri di Pedretti diventa poesia pur restando fedele a se stessa; la 'veduta' sembra essere quella nativa e naturale, eppure si avverte che un mutamento c'è stato e che il 'miracolo' artistico c'è, come se tutto sia cresciuto grazie a una seconda nascita e viva grazie a una seconda vita.
Nei quadri più recenti, cioè del 1993, mi sembra di notare qua e là una sorta di 'severità' sironiana, dovuta forse anche al fatto che ora dalla palude si va verso la montagna o l'alta collina che ci appaiono, per dirla con Leonardo alquanto ignude e solenni occupando di sé buona parte del cielo. Qui, in un certo senso, il motivo viene, è stato, come allontanato per meglio contemplarlo: tuttavia si nota come anche qui la pittura si sostanzia magistralmente: vorrei dire che in nome di sé essa diventa se stessa lievitando nel contempo la realtà grazie a quel mutamento di cui si è già detto.
E sono quadri davanti ai quali non è affatto necessario rammemorare eventuali agganci o filiazioni, gruppi di appartenenza o di eredità: semplicemente credo sia doveroso dire che Antonio Pedretti è davvero l'inventore poetico di quel 'color palude' (o padule o cielo o fiore o montagna che sia) in quanto ha saputo farlo suo proprio: anche se ovviamente è altrettanto doveroso per lui il ringraziare con la dovuta umiltà 'li maggior sui': tra i quali io metterei per primo il Buon Dio, che inventò fiori ed acque e monti forse pensando proprio ad artisti come il nostro giovane maestro lombardo".

Enzo Fabiani