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Marco Goldin 
L'OMBRA DEL LAGO

Si vedono questi grandi quadri ultimi di Antonio Pedretti e si sente l'eco di un canto dedicato al tempo. Al tempo più ancora che ai luoghi, anche se, naturalmente, tutti i commentatori della sua opera hanno insistito sulla lacustrità mai venuta meno, e, anzi, accentuatasi sempre più, mano a mano che crescevano le dimensioni dei dipinti. Come vi fosse in lui il desiderio di comprendere, davvero fisicamente, quella stremata matassa d'acque e canneti, e portarla fin dentro la soglia di casa, per fare poi dello studio una nuova, indistinta palude. Ha lavorato così, entro i termini di una simbiosi come poche altre volte si è visto: struggente, poetica, dolcemente malinconica, perché Pedretti ha capito subito che solo dalla precisione dello spazio può innalzarsi il canto del tempo.
Adesso egli ha ripreso ad affiancare ai quadri grandi fogli disegnati, che in notevole misura rimandano a certe origini informali, facendole riconoscere ancor di più di quanto non sia già così trasparente nella pittura. Fogli nei quali è il grumo forte della terra, il diluvio stordente delle acque, il loro scorrere e rifluire come in un incessante divenire. Fogli dove certi neri abissali, profondissimi. stanno tatuati, e poi cicatrizzati, sul biancore abbacinato della carta, rendendola lavagna sopra cui galleggiano tracce. È questa l'effigie della natura, il suo punto di crisi, prima che dalla rappresentazione si passi alla precarietà dell'interiorizzazione.
Perché non sorprende mai abbastanza il percorso di Pedretti, che si muove in sovrana libertà restando sulle rive del suo lago. Tanto che il visibile si incarna nell'invisibile, e solo ciò che si vede può spalancare le porte al potere dello spirito. Ancora quei neri incisi nella carne del lago, perché la natura sia la dolcezza di una ferita, il desiderio di una distensione dello sguardo, l'essere insieme il principio e la fine. E il lago è il centro del mondo, l'inizio di tutto, il Verbo con cui si apre il Vangelo di Giovanni, lo schiudersi della luce, il premere che fa la notte. Non c'è niente che sfugga alle sue acque, al rintocco sonoro dei suoi cerchi che si disperdono.
Ma Pedretti vive sul limite, e dipinge così quel limite come una forza del destino, una forma del pensiero. Dipingendo il limite - di noi, della vita, del lago - ha bisogno di evidenziare un segno, una linea, un tratto. Ed è per questo che si è spostato da quel suo inizio informale, ed è per questo che trovo assolutamente non secondari i grandi disegni che nuovamente presenta in questa mostra. Essi sono il motivo di questo stare guardinghi davanti all'immenso dell'acqua, non per scomparirvi ma per sopravvivervi. Memoria di un tempo interiore, di una lontana apparizione, di una raffigurazione del silenzio.
Perché tutto è da un crepitante silenzio, dalla misura di una profondità, da un insediamento lontano del pensiero, che è vento e apparizione, sostanza e confine. E se. da ultima, galleggia un'immagine, non è la naturalistica rappresentazione di un paesaggio che è già stato quello di molti altri pittori. Pedretti non vuole mimare un Ottocento di maniera, ma neppure lo scavo sublime di Morlotti. La sua èl'eleganza dell'assenza, l'esserci quando tutto è già trascorso, quando il rumore
del mondo ormai non giunge più, e il respiro appena sillabato è il solo bene prezioso che resiste. In quel momento, e solo in quel momento, egli considera di descrivere il paesaggio. Come reliquia da offrire entro un ostensorio, come pergamena ancora umida per il contorno delle nebbie, per lo sciabordio delle acque. Questa natura è turbata e misteriosa, dilagante nei suoi orizzonti occultati dalle selve scomposte, rigate, maculate, non camminabili. È una natura costruita nell'ora della sera, quando non serve quasi più vedere ma immaginare. La visione di Pedretti è sinestetica, e mentre ogni cosa scompare. la si ascolta risuonare lievemente, appena, e assorbirne il profumo. Resta che ciò che è non è mai quello che si vede, ma per vedere occorre vedere oltre. E non come abbandono della realtà, della quale Pedretti non saprebbe fare senza. Ma come complessità della visione, che si struttura su piani diversi, l'uno accostato all'altro più che sovrapposti. Perché il vedere è da una combinazione di intensità, da una selezione delle cose contro l'orizzonte. È per questo che a quest'orizzonte egli attribuisce tanta importanza, lasciando che, comunque, sempre sia. Come una diversa scansione di sentimenti, il potere della folgore e il velluto della nebbia, l'incanto dell'alba e la densa specchiatura della notte. Tutto, qui, vive nella possibilità che la pittura ha di conciliare gli opposti, di renderli elementi di una superiore armonia.
Che poi, diffondendosi, evapora, lasciando tracce come muschi fioriti. Abbrunamenti vegetali, sospiri di rosa o gialli flessuosi quasi tramortiti dalla luce della scomparsa. Niente si ferma nel continuo divenire, e la pittura di Pedretti coglie quel breve momento in cui la manifestazione dell'essere è al suo culmine; quell'ultimo istante di splendore prima che le acque travolgano le forme viventi, e solo la memoria resti a dire la vita di prima.
Così, tutta concentrata sul tempo, è dunque quest'opera, che lascia che dal tempo ogni cosa sia investita. Con la dolcezza di una sera interminabile, con l'estenuante precisione di una malinconia perenne e tuttavia forte, ferma, non scalfibile. Si creano le forme dalla precarietà, e prima di tutto dall'acqua immaginata. Si serrano le rive del lago, mentre una pioggia senza fine avvolge, struggente, la vita. Strascico inevitabile del destino, di questa pittura rimane l'idea che riproduca la natura senza riprodurla. Meglio, che coltivi l'idea di una natura che non si fa più nell'ampiezza ma nel segreto, breve spazio di una interna fioritura perenne. A poco a poco si mostrano i frutti di questo lavoro come il raccolto dopo una lunga semina. Niente è accaduto per caso, e anche quel galleggiamento insistito dei fiori sopra la palude è l'inquietudine di un canto mai spezzato, che solo in prossimità della notte pare arrestarsi. Così le pareti del lago sono le pareti dell'anima, tunnel lontanissimo, distante, ormai invisibile, che non si lascia scoprire se non in nome dell'assenza. Eppure, questa pittura di felicità quasi inarrivabili, di colori che sono le spugne del sole, che sono il tramonto stesso, usa questi stessi colori per essere solo assenza. E, dall'altra parte, nasce un'acqua come non l'abbiamo vista mai.

Marco Goldin