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Marco Goldin 
DAL BUIO PIU' PROFONDO

Resterebbe da capire la distanza, non certo la differenza, che unisce il lavoro su tela e quello su carta di Antonio Pedretti. Da un lato, la sua lussureggiante vegetazione di lago, l'esplosione dei cieli azzurri e lo sbuffo di una nuvola o l'incastro come l'intarsio di una pelle fiorita, tutta tramata dei fili d'oro della sera. Dall'altro, quella lunga colata nera, del colore della pece, che sconvolge la riva, isola il tronco di un albero come una zattera, un relitto, una tavola abbandonata dentro l'acqua limacciosa placata.
Pedretti disegna come un naufrago; colui che salva dalla tempesta l'ultimo segno della vita, ne trattiene il sembiante prima dello scivolamento fatale. Così il lago è lo spazio della vita e dell'inabissarsi, in anticipo sulla forma formante e dopo la forma dispersa. A questo tende la sua mano: alla resistenza della sinopia, al mancato dilavamento di tutto, perché ancora un respiro si fissi. In questo modo gli è più congeniale il disegno, che è stare abbarbicato, avvinghiato, graffiando della vita anche l'estrema polpa, e sostanza, il residuo del muschio e della corteccia. Disegna per trattenere lo scarto del legno, l'alga dimenticata, la luce riflessa perduta.
Ha provato in alcuni fogli a spingersi molto più avanti, a lasciare che ogni memoria di realtà cedesse sotto il peso della scomparsa della realtà. Ha provato a fare di quella scomparsa il soggetto unico del suo disegnare, quello a cui tendere con tutte le forze. È restata una notte ammantata, un grande mantello senza alcun oblò dal quale riguardare il mondo. O da cui il mondo potesse vedersi. Perché il mondo guarda se stesso.
Ha osservato a lungo quel nero incombente, e non per un senso di paura, fors'anche di terrore. Ma come una notte infinita, che tutto copriva, mentre ogni cosa si era venuta modificando, diventata nero nel nero. Ha pensato che la sua mano si era spinta troppo in là, che il vedere non poteva essere solo dall'annullamento della visione, ma almeno dalla scoperta graduale dello sguardo. Ha pensato che lo sguardo sul mondo' è ancora un atto d'amore. Così, ha voluto disegnare il suo lago come un lungo, ininterrotto, atto d'amore.
Ecco, dunque, cos'è il disegno per Antonio Pedretti, e perché viene prima della pittura; perché è tempo eterno e non tempo di una semplice rivelazione. Parola mai inavvertita, ma che sale da un tempo lontano, da uno spazio profondo, abitato nel corso di millenni. Il disegno salva perché rinomina, ricolloca, e dal disegno occorre ricominciare come da una nuova nascita, evento prolungato, ininterrotto. Il gesto di colui che disegna è il gesto del primo uomo al mondo, che su una caverna prova a tracciare i segni della propria esistenza, e, con questa, l'esistenza di ciò che vive intorno. Far sorgere il segno come nuovo alfabeto, primo alfabeto, esito di una comunicazione silenziosa che si fonda sulla concordanza tra l'essere e la visione.
Per questo Pedretti torna indietro, e il suo disegno non è fatto di accumulo, come la pittura, ma è opera di levare, di cancellare, ridurre alla sostanza prima. Addirittura ritrovarla intatta, scoprirla e riconoscerla. Per questo non può accettare che il disegno si spinga tanto in là, gli faccia varcare quelle colonne d'Ercole dell'assenza della mimesi. Con il disegno vuole anzi riconoscere, rendere leggibile e intellegibile, vuole mostrare. Vuole che la forma sia dalla profondità di uno sguardo, e che quello stesso sguardo le dia la vita, le soffi il respiro.
Così, e solo così, egli disegna l'alba del mondo, la prima ora dell'uomo sulla terra, scavando paesaggi che sembrano ignoti alla conoscenza; che se sono desunti dalle stesse immagini che animano la pittura, ne scarnificano le carni lussureggianti, le foreste trapunte dell'oro di Bisanzio. È un bisogno di purezza maggiore, di quintessenziale rigore dell'anima, che solo la linea tracciata può dare.
Entro questa tensione millimetrale, purissima, si collocano alcuni richiami quasi neo-settecenteschi, addirittura mutuati dall'incisione a bulino. Esili, brevi paesaggi sul filo di una scogliera, e più in là, poco più in là, è una turneriana bufera che agita gli elementi, li sconvolge, li squassa del catarro della sera. Perché sempre deve resistere l'equilibrio, l'impossibile coesistenza tra l'essere e lo scomparire, tra la voce e il silenzio, il luogo e il non luogo.
Con un segno, o una graffiatura della lama, dare luce al buio, vita nuova alla vita priva di luce.
Con questo gesto pasquale, rivelatore di un mondo tolto alle tenebre. Ecco perché il disegno rinomina, toglie il velo, non confonde ma scopre. Riporta in superficie, pone davanti allo sguardo.
È luce di una rivelazione. Pedretti non può accettare il buio totale, la vittoria della notte. Non può essere solo materia il suo disegno, non soltanto notte sopra altra notte, né grondante poltiglia vegetale buia. Invece ossificazione, ossidazione, cenere d'acqua, varco improvviso, bianco purissimo, silenzio inavvistato e d'un tratto dipanato, disteso, immenso. E se nella pittura egli intende occupare gli spazi, renderli vivi con la presenza, nel disegno moltiplica i vuoti, lascia non percorso il bianco del foglio. E solo una colatura, molte colature, perché dalla notte perenne, poco più sopra, spiova, in gocce rapprese, una notte intermittente che non si specchia, ma offre della sua potenza, del suo eroico, coprente dilagare, il senso dell'assenza.
Su questo nulla, su quest'assenza prolungata, protratta fino al parossismo, ha dunque fondato un mondo, che viene prima di tutto, ed è la nascita come la creazione; la vita, la vita interrotta e la macerazione della vita. Ogni cosa fattasi terra, acqua, lago, e anziché rigoglio, splendore e tramonto infinito, infinita alluvione, alba, silenzio. Cartilagine esile di ciò che è costruito come l'ombra.

Marco Goldin